Della Banda Stern e di capitani della notte di Austin (26 aprile 2013)

Non potevamo non aprire la puntata di Zibaldone con un tributo al 25 aprile, il giorno in cui in Italia ricordiamo la liberazione dal nazifascismo e in Portogallo si ricorda la Rivoluzione dei Garofani del 1974. Un giorno da ricordare ancora più oggi, mentre c’è chi, come gli Alemanno e la destra postfascista, il 25 aprile non lo ha mai festeggiato e chi, 25 aprilecome Beppe Grillo, il 25 aprile non lo vuole proprio festeggiare. E mentre un altro governo democristiano si sta insediando, con l’imprimatur dei poteri forti e delle istituzioni che stanno imponendoci un’austerità massacrante. Un giorno e un messaggio, quello dei partigiani che hanno lottato per quasi due anni sulle montagne, nelle città e nelle campagne della penisola italiana per un futuro migliore e una società più giusta, che è doveroso ricordare oggi. E lo abbiamo fatto con un pezzo in apertura, la versione di Fischia il vento degli Skiantos, e con un pezzo in chiusura, Quel giorno di aprile di Francesco Guccini, contenuto nel suo ultimo disco.

Ma la puntata di questo venerdì di Zibaldone non poteva non essere dedicata ad un altro grandissimo musicista che ci ha lasciato pochi giorni fa: Richie Havens. In queste Havensultime settimane, purtroppo, stiamo ricordando alcuni musicisti e cantautori che ci hanno accompagnato nella seconda metà del Novecento con le loro canzoni e con la loro musica. Il mese scorso abbiamo dedicato un’intera puntata a Enzo Jannacci e poi a Franco Califano. In quella di oggi ci ha accompagnato con le sue canzoni un musicista di grande qualità e di grande cuore, ricordato dai più per aver aperto il Festival di Woodstock nel lontano 1969. E di Richie Havens abbiamo voluto farvi ascoltare Woodstockproprio quella meravigliosa versione live di Freedom, una libera interpretazione del musicista di Brooklyn del brano Motherless Child, il simbolo di un’epoca. E abbiamo continuato con altre perle della sua lunga carriera, tra il folk, il rock e il soul, come la sua versione di Here Comes The Sun dei Beatles e di Just Like a Woman di Bob Dylan, o ancora la sua potente Going Back to My Roots, canzone tratta da Connections del 1980, o la sua Gay Cavalier, frutto della collaborazione con Pino Daniele del 1983.

La musica è spesso il nostro filo conduttore. E lo è stato anche questa volta con il primo ospite. Un giovane musicista americano in tournée qui a Barcellona per due date all’Harlem Jazz Club e allo storico Bar Pastis. Si chiama Andrew Bennett aka Captain Captainof the A.M. È attivo a Austin, capitale musicale del Texas, e propone un folk-rock con molte influenze che vanno dal blues e dal pop fino alla fusion e alla canzone d’autore. Qualche mese fa è uscito il suo ultimo EP che contiene cinque canzoni. Ve ne abbiamo proposte due, Last Train e Mi Reina (feat. El Pulgoso), nella versione contenuta nell’EP, mentre altre due, Frozen e Eastside, Andrew Bennett ce le ha suonate in studio dimostrando le sue grandi doti di chitarrista. Una bella live session con un musicista di grande qualità che siamo sicuri farà parlare molto di sé negli anni a venire. Se volete saperne di più di Captain of the A.M., date un’occhiata qui.

Dopo la musica ci voleva anche un poca di informazione. E difatti, al segnale convenuto, entra in studio come un sol uomo l’incoercibile Banzo, e comincia la Repressione Today. Partiamo con una estemporanea dichiarazione di María de los Llanos de Luna, delegata del governo spagnolo in Catalogna, che ci parla della necessità di «ricchi e Concentrazione 25-Afighetti» per la tenuta dell’economia in tempi di crisi e disoccupazione. Ci riprendiamo dallo sconcerto per raccontarvi del tentativo di accerchiamento del parlamento spagnolo del 25 aprile, che era stato accolto con perplessità da vari movimenti sociali e che si è concluso con violenti scontri tra polizia e manifestanti, una quindicina di arresti e una trentina di feriti lievi. Proseguiamo con le ultime novità sui cosiddetti escraches della Plataforma Afectados por la Hipoteca, e sulla Brimo, la brigata antisommossa dei Mossos d’Esquadra. Chiudiamo con una notizia dall’Italia, riguardante il Movimento No MUOS e il gravissimo conflitto istituzionale tra il governo regionale siciliano, che aveva ordinato circa un mese fa la revoca delle autorizzazioni per la costruzione del sistema satellitare dell’esercito americano e il ministero della difesa italiano che ha fatto ricorso al Tar di Palermo per impugnare questa decisione.

Tra l’informazione e la parte più propriamente satirica e comica di Zibaldone, dove ci hanno fatto compagnia come ormai tradizione vuole la signora Gina e quel fanfarone di comico serio conosciuto con il nome di Bruno, abbiamo avuto con noi il secondo ospite della puntata. Parliamo di Claudio Stassi, bravo fumettista siciliano residente da Claudio Stassiqualche anno qui a Barcellona e che era già stato ospite del nostro programma nel 2009 e nel 2010. Autore di Brancaccio – Storie di mafia quotidiana su testi di Giovanni Di Gregorio, Pour la vie su testi di Jacky Goupil  e Per questo mi chiamo Giovanni, adattamento a fumetti dell’omonimo romanzo di Luigi Garlando dedicato alla figura del magistrato antimafia Giovanni Falcone, Claudio Stassi ha da poco pubblicato un nuovo lavoro, La Banda Stern, su testi di Luca Enoch. Il libro, appena uscito in Spagna per Norma Editorial, è stato pubblicato a fine 2012 in Italia da Rizzoli e uscirà a breve anche in Germania. Una storia praticamente sconosciuta e di grandissimo interesse che ha portato Claudio in una terra lontana dalla sua Sicilia natale. La Banda Stern racconta difatti la storia dell’IZL, nato nel 1940 in Israele, un gruppo armato di matrice sionista che dopo la sua morte si trasformò nel Lehi, conosciuto appunto anche con il nome di Banda Stern. “Militi ignoti senza uniforme”, così si autodefinivano i suoi seguaci, uniti nel nome di uno Stato ebraico, il “sogno di una nazione” che presto si trasformò in un incubo scaturito da un perverso, devastante contagio ideologico – non troppo lontano dal fanatismo. Terroristi per gli avversari, patrioti per pochi sostenitori, gli uomini della Banda Stern si accanirono contro gli stranieri oppressori – gli inglesi del regime mandatario – e avvolsero la Palestina in un cerchio di fuoco, fatto di minacce, assassinii, rapine a mano armata, massacri e ordigni esplosivi come quelli che rasero al suolo l’Ambasciata britannica a Roma. Una storia avvincente che ha come protagonista anche l’ex primo ministro israeliano Ariel Sharon e che è stata disegnata con grande maestria da Claudio Stassi. Ma i progetti di Claudio sono davvero molti; per seguirli vi consigliamo il suo bel blog Nero su Bianco.

La Trash Zone della carissima Eva Vignini ci riporta ancora una volta a riscoprire le più infime memorie trash degli anni ’90. La risposta italiana al fenomeno delle boy bands, che raggiunge il suo apice verso la metà degli anni ’90  con Take That, Backstreet boys, New Kids on the block, East 17, sono i Ragazzi Italiani, ennesimo prodotto Ragazzi_Italianiprefabbricato e patetico della nostra televisione. La formazione era composta da sei ragazzetti romani di bell’aspetto ospiti fissi della trasmissione Amici di Maria de Filippi che  si muovevano al ritmo di coreografie stereotipate conformandosi ai gusti del pubblico con canzoni smielate e prive di contenuti, ancora più ridicoli in quanto versione de “noantri”  ed imitazione di un modello che di suo ha già tutte le caratteristiche di fenomeno Trash. Un vero incubo: il Trash che imita il Trash. Nel 1997, all’apice della loro notorietà, I ragazzi Italiani,partecipano al Festival di Sanremo con Vero amore brano su di cui non occorre neppure sottolineare la banalità che ottiene però un buon successo di vendite e addirittura un Disco d’oro. Di questa boy band de “noantri” per fortuna sembrano perdersi tutte le tracce dopo il 2004 che li vede partecipare alla trasmissione Libero di Teo Mammuccari e poi dissolversi nel nulla.

Ed eccoci arrivati nel fondo della puntata, dove ci attende el último trago di musica prima d’andar via. Arriviamo questa volta prima ancora dell’esordio, prima ancora del primo Ep (in uscita l’1 di maggio): si chiamano Zivago e sono cresciuti nel sottobosco zivago-300x255milanese, formatisi una decina d’anni fa e poi ritrovati dopo varie peregrinazioni e autonomie. Ora il duo si riforma e canta di Franco e di tutti coloro che portano dentro di sé «una debolezza, una follia, come fosse un’estigmate». Tradizione melodica da songwriter accompagnata da chitarre rock, echi elettronici anni ’90 e new wave anni ’80, una malinconia amara appoggiata su un sottobosco di suoni e rievocazioni. E non ci sarà supporto materiale a sostenere le sei canzoni dell’Ep, bensí solo il formato elettronico: cercateli on-line, attraverso la label indipendente I dischi del minollo, e loro vi troveranno.

Purtroppo questa puntata non è disponibile in podcast per dei problemi tecnici che hanno colpito Radio Contrabanda venerdì scorso. Chiediamo venia agli aficionados di Zibaldone ed ai nostri ospiti. Sarà una puntata che rimarrà nella memoria di chi l’ha ascoltata in diretta e di chi l’ha fatta e l’ha vissuta nel piccolo studio di Plaza Reial. Siamo riusciti a salvare dall’oblio solo l’intervento di Bruno (schiacciate qui per ascoltare), il comico serio. Una piccola pillola di comicità per accompagnarvi in questa settimana, in attesa della prossima puntata di Zibaldone e in attesa del prossimo podcast. Vogliamo però salutarvi con alcuni versi della canzone di Francesco Guccini dedicata al 25 aprile affinché il 25 aprile non si perda nell’oblio ma rimanga sempre, e sempre di più, presente nei nostri cuori e nelle nostre menti:

“…l’Italia cantando ormai libera allaga le strade
sventolando nel cielo bandiere impazzite di luce
e tua madre prendendoti in braccio piangendo sorride
mentre attorno qualcuno una storia o una vita ricuce…”

 

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